Il dono della festa. Nostra Sennora de Balubirde
di Giannetta Murru Corriga e
Felice Tiragallo (Università di Cagliari)
I materiali sono stati prodotti in due periodi differenti: nella primavera del 1995 le riprese della festa; nell'estate 1996 l'intervista al priore e alla prioressa. Ad essi sono stati interpolati, nel corso del montaggio, materiali filmati dal priore nel corso dei preparativi che hanno preceduto la festa. Il commento parlato è costruito su brani tratti dall'intervista ai priori, privilegiando dunque il punto di vista della cultura locale, e più precisamente dei priori di questa specifica festa.
Sono molteplici gli spunti di analisi offerti dalla videoregistrazione della festa di N.S. di Valverde di Dorgali. Sorta di "fatto sociale totale", la festa può essere vista, infatti, nei suoi aspetti devozionali, rituali, organizzativi, sociologici, segnici, simbolici. Di tutto ciò le immagini e il parlato, sottoposti a dura selezione, tentano di dare conto in maniera talvolta solo suggerita o fugace, talaltra più esplicita. Lo sforzo di contenere la registrazione entro i limiti di tempo richiesti ci ha spinto a privilegiare i temi che già da sè si imponevano, perché evocati dalle immagini o dall'intervista ai priori.
Il paese
Dorgali è un grosso borgo di ottomila abitanti, situato nella Sardegna centro-orientale al confine fra Baronia, Barbagia e Ogliastra. La sua economia agro-pastorale tradizionale si caratterizzava per una sorta di equilibrio fra i due settori produttivi dell'agricoltura e dell'allevamento che, variegati al loro interno, favorivano anche molteplici forme di attività di trasformazione: vinicola, olearia, casearia, orafa, della terra cotta, tessile, ecc.
La superba bellezza dei suoi paesaggi marini e montani, fra i più noti: Cala Luna, la Grotta del Bue Marino, Gorroppu, Tiscali, proiettati all'interno verso il Supramonte, ne ha decretato, negli ultimi decenni, la spiccata vocazione turistica. Giovandosi di un tessuto produttivo diversificato e non rigidamente specializzato, l'attività turistica ha dato ad esso nuova linfa, favorendo sia il radicamento di nuove attività e specializzazioni professionali, nel settore alberghiero, delle infrastrutture portuali e dei servizi in generale; sia la modernizzazione dei settori produttivi tradizionali, attraverso anche la sperimentazione di forme nuove di cooperazione: di pastori, di muratori, di falegnami; e di strutture sociali di produzione: caseificio, oleificio, cantina.
Lo sviluppo turistico, pur innescato, come in tutta la Sardegna, dalla "invenzione" della Costa Smeralda ad opera di potenti gruppi economici esterni, è stato costruito a Dorgali prevalentemente dalla imprenditoria locale, aperta alle innovazioni e al tempo stesso gelosa custode delle risorse locali, disposta a contapporsi duramente sia alle comunità confinanti sia alla imprenditoria esterna.
Allo sviluppo economico del paese non è estranea la drammatica esperienza dell'emigrazione, che ha però avuto, negli anni in cui si affacciavano promesse e speranze di sviluppo, una contropartita positiva nel rientro di gran parte degli emigrati, col personale bagaglio di piccoli risparmi, ma anche di conoscenze ed esperienze professionali nuove. Così racconta Graziano Sedda, priore di Balubirde:
"Io sono partito a diciannove anni; io sono del 1938 e della mia classe sono rimasti quattro uomini; tutti gli altri siamo emigrati (...) Chi è tornato, chi si è sposato e si è fermato fuori, però la maggior parte siamo tornati (...) Io dico che dovrebbero emigrare un po' tutti perchè fa maturare; e poi c'è un'altra cosa: il fatto di essere lontani fa amare la propria terra (...) Venivo spesso a Dorgali, non sono rimasto fisso fuori, in tutto undici anni (...) Ho lavorato un pochino a Genova in un laboratorio fotografico, ma non potevo più starci perchè non mi pagava (...) Poi sono andato in Germania a lavorare per pagarmi gli attrezzi e ho comprato due Rolley-flex in Germania, l'attrezzatura per lo sviluppo in bianco e nero (...) Lavoravo in una catena di montaggio alla Wolksvagen: 1500-1600 nuovo che era uscito (...) Avevo il biglietto per andare in Australia, perchè i miei amici sono partiti per l'Australia dalla Germania, poi sono tornato a Genova e sono voluto tornare a Dorgali. Ho trovato i vecchietti di casa mia e mi sono vergognato di andare via, perchè mi hanno accolto con tanto affetto".
A molti di questi emigrati, come al priore del nostro filmato, si deve anche il merito di aver contribuito a mantenere in vita le festas de pandèla, quelle che tramandate attraverso la 'memoria mitica' dei gruppi parentali, ne ha alimentato nel tempo il senso di appartenenza e l'identità, dando cemento e malta all'intera comunità.
Proprio questa carica simbolica della festa e questa funzione, che per i più resta forse soggiacente, è ben presente alla coscienza dei priori di N.S. de Balubirde, che nell'intervista costantemente si richiamano ai valori della solidarietà e della comunicazione fra gruppi posti in essere dalla singola festa e, tantopiù, dal ciclo annuale delle feste; e che hanno un riscontro importante, quasi "rivoluzionario" nella "pacificazione" sociale vissuta in questi anni dalla comunità dorgalese. Come osservano i priori:
"Anche se ci sono delle inimicizie questo diventa un momento di riappacificazione; è successo anche a noi: dei parenti di un priorato che avevano litigato sono venuti lo stesso per non offendere noi, e c'è stata una sorta di riappacificazione" (Antonella Porcu).
"Magari un certo egoismo, un certo qualcosa di arricchimento facile esiste anche qui; si sa più o meno chi agisce a quel modo e lo si lascia ancora fare. In un altro paese lo avrebbero già accoppato (...) Quello che abbiamo di bello è che al bar trovi la persona giusta che ti dice: - Senti un po', per quel vitello, ricordati che non si tocca perchè è roba mia!- Io questo l'ho sentito dire da qualcuno, detto sul muso, senza troppe storie. Anche a me una volta me lo hanno rubato, ma non sono morto!" (Graziano Sedda).
Le energie, le risorse in beni materiali e immateriali, in relazioni sociali, profuse nel corso di un anno di preparativi, e particolarmente nel corso della festa, aldilà del risultato più immediatamente evidente: "effervescenza" (M. Mauss 19.. ), divertimento collettivo, banchetto con consumo rituale di cibo (oggi sempre meno eccezionale), dunque intensa circolazione di beni, avrebbero un effetto meno appariscente ma più incisivo: "mettere il piede sulla coda del diavolo", come ci dice Graziano Sedda, ostacolare, cioè, l'azione del diavolo, ricomponendo i fili e riannodando le trame della solidarietà che le vicende quotidiane costantemente minano. La festa, e l'intensa cooperazione e comunicazione sociale che determina, svilupperebbero, in definitiva, la capacità collettiva di controllare i conflitti interni e il loro potenziale di violenza, indicando alle forze in conflitto obiettivi comuni, indirizzando alla competizione esterna piuttosto che interna.
Magari enfatizzata nelle parole e nella interpretazione dei priori, questa rappresentazione della festa
de pandela non sembra concedere molto spazio alla retorica. Le immagini che la telecamera ci restituisce mostrano, infatti, con efficacia, individui, gruppi, categorie che in tempi diversi, in situazioni ordinarie o rituali, in vario modo e con diverse competenze e ritmi partecipano e cooperano al buon esito della festa. E particolare forza a questa argomentazione viene dall'obbiettivo puntato sui giovani, ragazzi e ragazze, perfettamente a loro agio in un ruolo operativo che li unifica, integrandoli quali "apprendisti stregoni" in un gioco e in un evento comunitario che, in equilibrio fra passato e presente, ponendo temporaneamente un velo su differenze sociali e inimicizie, riattinge al tradizionale sistema delle classi d'età, che utilizza e valorizza in una sapiente miscela, competenze e saperi, tradizionali e "moderni" della comunità.
Che la festa non sia una semplice riproposizione di una struttura organizzativa e di saperi tradizionali è evidente non solo in fatti come la manipolazione di oggetti e alimenti, ma anche nella ferrea organizzazione delle molteplici attività, che hanno un momento culminante nello svolgimento e nei ritmi serrati del banchetto, nel quale è forse più evidente il travaso di esperienze maturate nel nuovo settore economico alberghiero e della ristorazione.
Le feste di pandèla
La festa campestre di Nostra Sennora de Baluvirde si svolge nel mese di maggio. Rientra in un ciclo annuale di sette feste, di cui sei, tutte campestri, sono denominate
festas de pandela, feste di stendardo. Sa pandela, diversa per ogni festa, è il simbolo che raccoglie e nel quale si riconoscono i gruppi parentali,
sas carvas, cui compete l'onore e l'onere di promuovere e organizzare la festa. Proprio per questa ragione, pur previste dal calendario annuale, le sette feste non sono necessariamente attivate tutte tutti gli anni, ma solo quando una famiglia, appartenente a
sa carva, per esempio, di Baluvirde o de Su Babbu mannu, accetta o si propone per il priorato. Sas festas de pandela, infatti, non sono soltanto feste religiose, sono sopratutto "feste di parenti".
Sa carva è diversa per le diverse feste, ma un individuo o una famiglia può appartenere a più
carvas per il tramite dell'appartenenza a linee parentali diverse.
Non inconsueto in Sardegna, soprattutto nella Sardegna centrale (C. Gallini, G. Da Re) questo tipo di festa sembra avere una funzione di aggregazione sociale e una carica simbolica di particolare rilievo nella vita comunitaria di Dorgali, per la densità delle feste che costituiscono il ciclo annuale, e perchè tali feste sono anche gerarchicamente collegate a feste annuali parentali più "intime", che coinvolgono famiglie di consanguinei stretti, discendenti da un antenato comune ben riconoscibile, piuttosto che da un antenato mitico identificato in un santo, nella Madonna, nella Trinità.
La festa come dono
Fortemente permeata dallo "spirito del dono", la rappresentazione della festa che emerge dalla intervista al priore e alla prioressa suscita suggestioni maussiane. I priori propongono esplicitamente una immagine di sè come "donatori" di festa, esprimendo con lucido pathos il sentimento connesso al proposito di "donare", quasi evocando la "forza" insita nelle "tre obbligazioni" del dono: dare, ricevere, restituire:
"C'era questo impegno (...) Col mio lavoro sono entrato in tutte le case per feste, per cose piacevoli e spiacevoli, mi hanno trattato tutti bene, mi trattano tutti bene; io lo sento l'affetto della gente, e allora, una volta nella vita non posso essere io il padrone di casa?"
La festa attiva una intensa circolazione di beni, sotto forma di alimenti (pane, carne, pasta, dolci, verdure, vino, ecc.), di attrezzature per la ristorazione (tendoni, tavoli, sedie, paioli, stoviglie, ecc.), ma anche di gioielli e di stendardi. Attiva anche una intensa circolazione di servizi e la cooperazione nelle attività più disparate: ripristino della chiesa; preparazione degli spiedi, macellazione del bestiame, preparazione del pane e dei dolci, delle carni, della pasta e di tutto ciò che sarà consumato nel grande banchetto finale, ma anche nei momenti di incontro rituale fra priori, che nel corso di un intero anno scandiscono il passaggio da una "gestione" della festa ad un'altra. La gradualità della consegna di onori ed oneri è sottolineata dalla progressiva formalità che caratterizza gli incontri, e che culmina nel dono di gioielli e nella consegna dello stendardo.
Nel corso di un ricevimento cui partecipano tutti i priori ancora viventi, la prioressa di turno riceve un gioiello dalla prioressa che l'ha preceduta; l'anno successivo "restituirà", cioè donerà a sua volta un gioiello alla nuova prioressa designata. Il dono del gioiello accompagna ritualmente la consegna de
sa pandela, lo stendardo, il simbolo più alto. Portato ostentatamente in chiesa dalla prioressa il giorno della festa, deve essere da lei religiosamente custodito per un anno o più nella propria casa, fino al rinnovo della festa stessa.
Destinati ad essere portati dalle prioresse e scambiati fra prioresse, ad essere usati ma non consumati, dunque ad una circolazione di beni di prestigio non distruttiva, che richiama in qualche modo il kula, gioielli e stendardi hanno, in modo particolare, carattere simbolico, perchè segno tangibile e pegno di solidarietà fra gruppi.
La pregnanza dell'ideologia del dono insita in questi fatti rituali, e non solo, ci offre molti spunti per considerare la festa dal punto di vista della teoria del dono, per mettere, in un certo senso, ancora alla prova la teoria del "dono arcaico", verificandone la capacità analitica in relazione al "dono moderno". Appartiene del resto, oggi al linguaggio comune l'espressione: "dare una festa", della quale forse abbiamo perso il senso più antico e profondo.
Per quanto sottacciuto ed emarginato, nella interpretazione dei priori, il tema della competizione fra organizzatori delle diverse feste a favore di un'immagine tutta "positiva" delle feste e di chi le promuove o a vario titolo vi partecipa, non è escluso che proprio lo spirito di emulazione sia una delle molle che attivano la solidarietà, rinnovando in maniera "moderna" la competizione fra i gruppi, oggi simbolicamente rappresentati dalla tradizionali
carvas.
Le immagini del banchetto, della preparazione e distribuzione del cibo, di forte impatto, se si vuole anche estetico, spingerebbero a considerare il consumo collettivo ed eccezionale di cibo come elemento chiave nella interpretazione della festa e della sua capacità di attivare rapporti di solidarietà. Non sembra, tuttavia, che ciò sia valido se riferito al presente, chè anzi, osserva lo stesso priore:
"Io credo che alla festa, come ai matrimoni, non si va per mangiare, ma si va perchè si è felici di incontrare la gente: non solo il priore ma anche i suoi amici. E' una girnataccia di lavoro anche fare l'ospite, perchè si comincia a bere alle otto del mattino, e poi si mangia tutto il giorno, e si continua a bere la notte e il giorno dopo".
Elemento strategico nella organizzazione e fruizione delle feste de pandela
è allora piuttosto il flusso di beni e servizi, che in maniera incessante, seppure con intensità diversa, segna non solo il banchetto finale ma tutto l'arco temporale di preparazione della festa. E il flusso sembra presentarsi col duplice volto: della reciprocità, fra gruppi parentali membri della stessa
carva, e della ridistribuzione, fra gruppi parentali appartenenti a
carvas differenti, in una sorta di scambio generalizzato.
In generale, quando si parla delle feste de pandela attuali se ne rileva, rispetto alle feste del passato, quel tratto che potremmo chiamare dell'"eccesso": nel numero degli invitati, nella quantità di beni consumati e di servizi erogati. Una sorta di escalation ha portato dopo gli anni Sessanta, in anni di crescita economica irruente e disordinata, ad esasperare l'aspetto cosiddetto "usurario" del dono: chi organizza una festa deve dimostrare di essere più bravo e più "potente" di chi l'ha preceduto. Così gli invitati non sono più 200 o 300, come una volta, bensì 1000, 1500, 2000, in una sorta di potlach che costringe a dissipare sempre di più.
Negli anni più recenti, e segnati da ristagno economico, non rovinoso per i dorgalesi, ma certo avvertito, si afferma la necessità di porre un limite all' "eccesso", riportandolo entro limiti controllabili. Suonano così quasi paradossali le parole del priore, che consapevole non solo della rallentata crescita economica, ma anche del carattere in un certo senso anacronistico dell'"eccesso", non più giustificato dalla "rarità", conviene con la moglie di contenere il numero degli inviti e la quantità delle portate:
"Con Antonella abbiamo pensato di non fare una festa stragrande, magari invitando mille persone, e senza fare la pasta che comporta un duro lavoro".
A tutto ciò non è forse estraneo quello che potrebbe sembrare un accanimento nel calcolo matematico delle quantità di cibo che devono essere erogate pro capite nel corso del banchetto: tanto di carne, tanto di pasta, di sale, di prosciutto, di vino, ecc. Precisa misurazione, che tiene conto della esigenza tutta festiva di mangiare oltre il bisogno, ma che risponde anche all'esigenza di contenere lo "spreco", in una sorta di razionalizzazione da società "moderna".
Non è lo spreco misura del successo della festa, ma l'effettivo consumo di ciò che si era preventivato di consumare per persona. Il prestigio per chi organizza misurandosi sulla relazione matematica che intercorre fra numero di inviti erogati e cibo effettivamente consumato; in definitiva, sul numero di inviti che sono stati effettivamente raccolti:
"E' la prima festa, bisogna che il materiale ci sia, non si può fare brutta figura. Non per guardare gli altri, ma all'amico ..... che ha fatto la festa di San .......... gli sono rimasti 130 spiedi di carne senza essere tagliata, senza contare ciò che era rientrato nei piatti di portata (....) L'interpretazione la danno i tavoli vuoti, perchè si prepara per duemila persone, ce ne sono settecento e si rimane con la bocca amara (...) (Il priore era una persona) ben accetta ma forse non aveva prima rapporti con la gente".
Concludiamo queste rapide note con qualche ulteriore osservazione:
- E' ancora tutto da esplorare il rapporto che intercorre tra festas de pandela e
carvas, tra gruppi di parentela "corporati" e singoli parentadi; ma anche tra Chiesa e
carvas.
- In maniera più o meno esplicita, la festa religiosa, la preparazione e l'offerta del banchetto vengono riferiti, dai diretti interessati, a principi di reciprocità e di "dono disinteressato". Si richiama infatti l'attenzione sulla pratica di inviare il cibo agli assenti al banchetto (per lutto o per malattia), e soprattutto ai poveri; come si dà anche particolare enfasi al carattere del tutto "spontaneo" dell'offerta di beni e di collaborazione da parte non solo di amici e parenti, ma anche di semplici conoscenti:
"Passavano magari per qualcosa inerente al lavoro, e dicevano: -se per la festa c'è qualcosa da farmi fare mi fa piacere, e vengo".
Il nostro priore, che pure ha destinato un intero anno di risparmi al "dono della festa", non può agire in solitudine e non può contare sulle sue sole forze e della sua famiglia. Come una sorta di leader ridistributore, avrà successo come donatore se riuscirà a suscitare intorno a sè il consenso e la solidarietà di centinaia di persone, e di quelle, innanzitutto, con le quali intrattiene stabilmente rapporti di reciprocità.
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